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Luigino Bruni: la rivoluzione del Francescanesimo che la società non ha saputo cogliere

Può l’economia essere uno strumento di fraternità, capace di generare opportunità e contrastare le disuguaglianze? E cosa può insegnarci, ancora oggi, l’esperienza di San Francesco d’Assisi sul rapporto tra ricchezza, povertà e dignità umana?

Sono alcune delle riflessioni scaturite dall’incontro con Luigino Bruni, economista, storico del pensiero economico e professore ordinario di Economia Politica presso l’Università LUMSA, ospite del percorso di formazione sociopolitica 2026 del Progetto Policoro.

Presidente della Scuola di Economia Civile, vicepresidente della Fondazione The Economy of Francesco ed editorialista di Avvenire, Bruni dedica da anni la propria attività di ricerca ai temi dell’economia civile, della reciprocità, della gratuità e dei beni relazionali. Un percorso di studio che intreccia storia, economia e pensiero sociale, interrogandosi su come restituire all’economia la sua funzione originaria: essere al servizio delle persone e delle comunità.

San Francesco e il paradosso della povertà

Al centro della riflessione, la figura di San Francesco d’Assisi, che Bruni ha presentato non soltanto nella sua dimensione spirituale, ma anche come protagonista di una straordinaria rivoluzione culturale, sociale ed economica.

Francesco proveniva da una famiglia di mercanti, conosceva il valore del denaro e le dinamiche della ricchezza. Eppure scelse volontariamente di rinunciare ai propri beni, dando vita a un’esperienza che avrebbe segnato profondamente la storia europea e della Chiesa. Una scelta radicale, che non coincideva con l’esaltazione della miseria, ma con la ricerca di una libertà più autentica, svincolata dal possesso.

Da qui uno dei concetti più segnanti del Francescanesimo: la distinzione tra povertà e miseria. La prima, nella prospettiva francescana, poteva rappresentare una scelta di libertà e condivisione; la seconda, invece, una condizione di privazione e sofferenza. La fraternità francescana non nasceva dunque dall’indifferenza verso le condizioni materiali delle persone, ma da un diverso modo di concepire il rapporto tra gli esseri umani e la ricchezza.

Dal rifiuto del denaro alla nascita di nuove istituzioni economiche

Francesco e i suoi primi compagni sceglievano di spogliarsi di ogni proprietà, vivendo secondo il principio del sine proprio, senza nulla di proprio. Una rinuncia che non coincideva con il rifiuto della vita materiale, ma con la volontà di liberarsi dalla logica del possesso. L’obiettivo non era rendere tutti poveri, bensì costruire una fraternità nella quale i beni fossero strumenti al servizio della vita e non elementi di distinzione e potere.
Da questa intuizione, apparentemente lontana dall’economia, sarebbe maturata nei secoli una tradizione capace di ispirare nuove istituzioni economiche e forme di solidarietà.

L’esperienza francescana contribuì. infatti, nei secoli successivi, alla nascita dei Monti di Pietà, istituzioni che offrivano credito a condizioni più accessibili, contrastando il ricorso all’usura e rispondendo ai bisogni delle fasce più fragili della popolazione.

Accanto a queste esperienze si collocano i Monti Frumentari, strumenti di solidarietà economica legati soprattutto alle comunità rurali, attraverso i quali era possibile sostenere chi si trovava in difficoltà: si prestavano, infatti, grano o altri cereali ai contadini, soprattutto per la semina e nei momenti di festa, prevedendone la restituzione dopo il raccolto. Frutto di un approfondito studio di ricerca da parte di Bruni, i monti Frumentari intercettati tra centro e sud Italia sono oltre 3000, 178 solo nel Beneventano.
La vera innovazione, in questa prospettiva, non consiste soltanto nel produrre nuova ricchezza, ma nel costruire istituzioni capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone.

Dalla storia francescana alle sfide del presente

La riflessione su Francesco e il movimento che ne è scaturito, persistito nella sua integrità di assenza di possesso per circa 100 anni, è giunta fino le contraddizioni del nostro tempo.

La lezione di San Francesco, riletta attraverso il pensiero economico, diventa un invito a superare una visione della società fondata esclusivamente sul possesso e sull’interesse individuale. Eppure nonostante la forza del suo pensiero, non siamo riusciti a cogliere il senso autentico del suo messaggio e a tramutarlo in esempio reale.

Il tratto più radicale del pensiero di San Francesco d’Assisi è proprio il suo rifiuto di lasciarsi sedurre dal cosiddetto buon senso, inteso come adattamento alle convenzioni sociali, alle logiche del potere e alla centralità del denaro. Francesco non cercò un compromesso tra ricchezza e povertà, né una forma più moderata di benessere. Scelse di mettere in discussione le regole stesse su cui si fondava la società del suo tempo.

La sua non fu soltanto una scelta spirituale, ma una rottura culturale ed economica. Da qui la riflessione più provocatoria di Luigino Bruni: San Francesco rappresenta, per certi aspetti, la storia di un fallimento. Non perché la sua esperienza non abbia lasciato un’eredità straordinaria, ma perché la sua visione radicale della povertà, della fraternità e dell’economia non è diventata il modello dominante né della Chiesa né della società. Francesco è uno dei santi più amati e celebrati, ma anche uno dei meno seguiti nella radicalità del suo messaggio.

Il rischio maggiore è quello di addomesticare la profezia francescana attraverso il buon senso, trasformando una scelta rivoluzionaria in un generico invito alla sobrietà, alla moderazione e all’equilibrio.
Ma la profezia, per sua natura, non cerca il compromesso. Vive della capacità di mettere in discussione ciò che la società considera normale, inevitabile o ragionevole. In questa prospettiva, il fallimento di Francesco è soprattutto quello di una società che, pur continuando a celebrarlo, non ha saputo accogliere fino in fondo la sua proposta di cambiamento. Una società nella quale la ricchezza resta misura del successo e la povertà viene interpretata come responsabilità individuale, anziché come questione che interpella l’intera comunità.

Martina Nacchio – diocesi di Nocera Inferiore-Sarno